Bambolotti gobbi

Mi piace disegnare bambolotti. Dopo la faticosa esperienza di Viviane l’infermiera, sono tornato nella mia comfort zone, fatta di “omini gobbi“, come ama definirli mia figlia:

… quella con la maglietta gialla per intenderci!

Sebbene non ami il fumetto realistico o, in generale, i disegni realistici, ho comunque cercato di dare una forma alla bella Vivi abbastanza verosimile. Ed è stato veramente difficile, considerando che sono un autodidatta del disegno e considerando il fatto che il Pieri (l’inventore di Viviane) mi ha inondato whatsapp di “immagini” di “reference” che ho giustificato a mia moglie con difficoltà 🙂

A parte gli scherzi, finalmente torno a disegnare i miei bambolotti con “The Flippies“, sgangherata famiglia alle prese con insignificanti drammi quotidiani. Ed è un piacere, per me.

Hang loose

Anche i surfisti piangono

Era il titolo di un fumetto a puntate che sarebbe dovuto uscire su WindNews, storica rivista di WindSurf che ha ospitato, bontà loro, le mie vignette per qualche anno. A casa conservo ancora le tavole originali, in B/N, lettering rigorosamente a mano, vignette storte (disegnate male), un po’ alla ZeroCalcare insomma. Dico questo perché mi “accusano” sempre di copiare ZC, invece quando concepii questa roba penso che ZC fosse ancora un ragazzino che giocava con la PS. Apro un inciso: questa vicinanza presunta a ZC a me fa tantissimo piacere perché lo stimo moltissimo e per certi versi leggere i suoi libri ha sbloccato qualcosa in me, lo confesso. A parte qualche doverosa citazione però, credo di essermi sempre differenziato, o almeno ci ho provato, sempre. Chiudo inciso.

copertina del mio primo libro

Il fumetto “Anche i surfisti piangono” non vide mai la luce, non andai oltre quelle 4 tavole (pari a due puntate) perché non soddisfatto del prodotto. Capii che per fare una storia semi-autobiografica, possibilmente divertente, sul mondo del windsurf della domenica, avrei dovuto lavorare all’idea, pianificarla meglio. E quindi cominciai prendere appunti, che ho accumulato nel tempo.

Poi la collaborazione con WindNews cessò, io passai un lungo periodo di silenzio e questa storia rimase nel cassetto.

Tornato al disegno molti anni dopo con la collaborazione con Tom’s Hardware, a un certo punto mi venne la voglia di fare un fumetto lungo, da pubblicare a puntate, che ripercorresse la storia dei personal computer. Non trovando un idea giusta mi tornò in mente “Anche i surfisti piangono“. Il risultato fu applicare il format di quest’ultimo al fumetto sui personal computer. E nacque “L’evoluzione della specie“. Ecco il perché della sua copertina nel bel mezzo di questo post.

Lo considero, ad oggi, la miglior cosa che ho fatto. Quello che mi dispiace è che ha, in qualche modo, bruciato l’idea iniziale.

E adesso come la racconto la mia vita da surfista?

Hang loose!

Perche’ lo fai?

Il mio amico fumettista Filippo Pieri pubblica sul suo blog lasecondacosa un post dal titolo “perché lo fai?”. Decido di rispondere con un post analogo, perché è bene sfatare certi miti.

Perché dopo 12 ore fuori casa per lavoro, quello vero, non appena ho cinque minuti liberi accendo la mia tavoletta grafica e mi metto a disegnare? Perché nonostante mi alzi prima delle 6 ogni mattina, spesso faccio tardi disegnando fumetti la sera?

La maggior parte delle persone è convinta che io sia ricco e famoso per questa attività e che disegnare mi venga talmente facile da farlo con la mano sinistra, su un piede solo, mentre faccio capriole. Invece:

  1. le poche volte che sono riuscito a ricavare qualcosa dalle mie cose è sempre stato una miseria: considerando le ore che normalmente impiego per realizzare una tavola, direi che, quando è capitato, ho “guadagnato“, in media, meno di 3€ l’ora;
  2. spesso lo faccio gratis perché ormai è tutto a investimento o a visibilità;
  3. non faccio commissioni, odio farlo, se faccio un disegno per qualcuno è perché me lo chiede nel modo giusto, io glielo faccio e basta;
  4. i diritti che ricevo dai miei libri sono al massimo l’8% del prezzo di copertina, a volte meno;
  5. se gli autori sono più di uno la percentuale del punto precedente va divisa per il numero di autori;
  6. qualcuno dirà: sì ma chissà quante copie vendi? Ebbene del mio primo libro avevo 100 copie che l’editore mi aveva concesso al 50%. Ci ho messo due anni per venderne 50 e fare pari, il resto le ho regalate, inviate a riviste per recensioni, inviate a editori per promuovermi;
  7. i diritti che ricavo dai miei libri autoprodotti su amazon è intorno al 10%, ma non c’è promozione per cui vendo pochissimo;
  8. fin’ora sono stato fortunato perché gli editori con cui ho collaborato non mi hanno mai chiesto l’acquisto forzato di copie;
  9. per realizzare una tavola in bianco e nero ci metto, in media, dalle 6 alle 8 ore;
  10. se la tavola è a colori vanno aggiunte 2 ore al punto precedente;
  11. per riuscire a essere produttivo mi sono spostato da tempo sul digitale;
  12. il costo di una workstation decente (semi-professionale, non le cinesate finte) è altissimo, molto più alto di un normale pc/laptop;
  13. per fortuna una vecchia collaborazione mi ha aiutato ad acquisire il punto precedente – altrimenti sarebbero stati cazzi amarissimi;
  14. le cifre dei punti precedenti sono tutte al lordo, sia chiaro;
  15. fare un fumetto non vuol dire solo disegnarlo, va pensato, scritto, ripensato e queste lunghissime ore di gestazione non sono state conteggiate nei punti precedenti.

Se non fosse la passione a spingermi a disegnare, considerato i punti precedenti, direi certamente che sarebbe un’attività in assoluta rimessa, quindi da evitare! Allora perché lo faccio? Perché non ne posso fare a meno, almeno adesso.

Ho cominciato piccolissimo a disegnare fumetti, non andavano ancora a scuola e ho imparato a leggere e scrivere (massacrando i miei genitori) per leggere e fare i fumetti. Ero bravo, nonostante ciò nessuno ha intravisto la stoffa e quindi nessuno mi ha spinto verso questo mondo. La mia professoressa di arte alle medie, per esempio, diceva ai miei genitori che ero facevo schifo perché mi ostinavo a fare le cose a modo mio e non come lei ci insegnava.

Però il mio mondo non erano solo i fumetti. Sono stato un bambino e adolescente che ha fatto una vita sociale molto attiva: amici, sport e tanti stimoli tra cui videogiochi, computer, cinema, etc… Superata l’adolescenza mi sono appassionato alla matematica applicata ai computer, mi sono interessato di algoritmi e di ricerca dopo l’università, lasciando da parte il disegno per circa 20 anni. Ho pure creato una start-up (si direbbe oggi) con altri soci. Poi la delusione e l’insoddisfazione derivante da queste attività professionali mi hanno portato, 15 anni fa, a rimettermi a disegnare, quasi alla ricerca delle mie radici. Da allora alimento, a fasi alterne, questo blog.

Lo faccio perché, deluso dal resto, ho capito che l’unica cosa che mi dà piacere, che alimenta il mio ego, che mi fa sentire importante, è creare, immaginare, dare forma alle idee.

In questi anni ho anche capito che, a meno che tu non abbia qualche marcia in più, che tu non sia un vero fuoriclasse – e io non lo sono – l’unico modo per avere successo – che per me significa guadagnare, per vivere, facendo una cosa che mi piace – è avere le conoscenze giuste. Altrimenti sei condannato a un grigio futuro di impiegato fantozziano. Se non sei un vero genio, non potrai fare il ricercatore se non ti appoggia un professore; se non sei un novello Moebius, non potrai pubblicare il tuo fumetto se non conosci un editore; se non non sei un Brin o un Page, non potrai sfondare con la tua azienda d’informatica se non hai le conoscenze giuste per entrare nel mercato; in generale non potrai fare qualsivoglia attività se non sei nel giro giusto.

Quindi, ormai prossimo al mezzo secolo di vita, dato che mai potrò campare con i miei disegni e che mai troverò soddisfazione dal lavoro che faccio, cerco di fare ciò che mi piace quando posso, più che posso a più non posso.

Hang loose.

p.s. in ogni caso il mio sogno è fare i cartoni animati!