Evoluzione di Viviane

Lavoro al 100% in digitale, da anni ormai. Da quando sono riuscito a mettere le mani sulla mia preziosissima Wacom Companion, e da quando ho convertito tutto il mio flusso di lavoro in un flusso completamente digitale, grazie anche a Clip Studio Paint, magnifico programma di disegno per i fumetti. E’ grandioso, velocizza tantissimo, consente di integrare sistemi (uso il 3D, ad esempio, per studiare gli ambienti) e poi unisce la mia passionaccia per il disegno al mestiere (informatico).

Nonostante ciò, per lo studio dei personaggi, i bozzetti iniziali, schemi vignette, story board e altro, continuo a usare matita/china e carta. Nella fase “creativa” è insostituibile. Tengo una serie di quadernetti di appunti su cui scrivo, disegno, scarabocchio e butto giù idee. Il lavoro in digitale è la sintesi di ciò che viene prodotto su carta, il segno ripulito di una serie infinita di bozzetti, spesso brutti, sproporzionati, lasciati a metà. Una volta semplificato e tolto tutto il superfluo (sono della filosofia del “togliere”), chiudo il quaderno e parto in digitale.

Ogni tanto mi diverto a riguardare le pagine che ho dedicato al fumetto e a osservare l’evoluzione dei personaggi dal primissimo impulso fino alla versione finale.

 

Ed ecco qua il primissimo “character sheet” (forse non è il termine giusto ma mi piace) di Viviane l’infermiera. Notate come un paio di personaggi sono rimasti praticamente invariati e come altri siano completamente trasformati. In realtà sono molto più interessanti gli scarabocchi di passaggio tra le varie evoluzioni (questa è una specie di sunto della prima fase di studio, poi abbandonata) ma me li tengo buoni per altro.

Hang Loose

I sogni son desideri…

Con l’esperienza si comprendono molte cose. Quello che un tempo appariva confuso, con l’età che avanza appare limpido. Cristallino.

Avevo un sogno da ragazzino. Lo so, adesso. Prima forse no. Un sogno rimasto chiuso a chiave a più mandate in cassetto, mai inseguito perché considerato improbabile se non impossibile. Non era un sogno di gloria come diventare astronauta oppure calciatore oppure un famosissimo attore o ancora una rock star. Niente di tutto questo. Per la verità m’era passato per la testa pure di diventare un surfista professionista biondo e muscoloso, ma quella è un’altra storia.

Io volevo fare i cartoni animati. Non il regista o il Walt Disney della situazione. No. Io volevo fare l’animatore. Soltanto un umile animatore. L’ultimo piccolo ingranaggio della catena, ma forse il più importante, dal quale scaturisce la vera magia. Io volevo dare vita a forme, idee, personaggi dal nulla, armato solo di fogli e matita. Sognavo di passare le mie giornate a produrre migliaia di disegni facendo facce buffe in uno specchio per catturare le espressioni.

Un animatore non ha limiti. Solo la sua fantasia.

Volevo diventare come Ollie JohnstonWard Kimball o addirittura Milt Kahl, oppure come Glen Keane o Don Bluth. Bruciavo di meraviglia guardando i loro film al cinema. Adoravo tutto: Walt Disney, Hannah e Barbera, i Looney Tunes, persino i brutti anime giapponesi. Ma non avevo mezzi, non sapevo come fare o, forse, non sapevo di desiderarlo così tanto. Sicuramente non ce l’avrei fatta, ma non ci ho nemmeno provato ed è questo il problema.

Invece ho fatto tutt’altro nella vita, inseguendo passioni (apparenti), occasioni (perse) e sicurezze (false). E oggi mi trovo, ogni mattina, a guadagnare faticosamente il mio posto nel mondo. Perché capisci che se avessi intrapreso quella strada improbabile, anzi impossibile, forse oggi, ormai maturo, saresti ancora a fare facce buffe davanti a uno specchio, divertendoti come un matto, a dare vita alla tua anima con la matita, piuttosto che consumarla in un grigio ufficio, facendo cose che non ami più. O che forse non hai mai amato.

La morale? Inseguite i vostri sogni, quelli di bambino, quelli improbabili anzi, quelli impossibili, finché siete in tempo.

Hang loose.